Sei il regista o uno spettatore del film della tua vita?

Ti senti bloccato in una situazione in cui non sai cosa fare, oppure lo sai benissimo, ma non lo fai? Stai facendo lo spettatore del film della tua vita!

Una delle mie passioni è il cinema. Adoro perdermi nella trama, ammirare la fotografia, apprezzare la capacità performativa dell’attore.

Il tutto seduta in poltrona, dove al massimo mangi i pop corn (la mia amica Rosita me lo impedirebbe), commenti, ti commuovi, ridi. Se una scena non ti piace, non apprezzi la fotografia, e neanche il finale, non puoi dire “stop! Ripetiamo tutto” come potrebbe fare invece il regista, che crea e plasma la narrazione con la sua creatività.

Ora immagina che il film proiettato sia la tua vita e tu lo spettatore che la guardi scorrere.

Ti è mai successo di essere bloccato in una situazione in cui non sai cosa fare, oppure lo sai benissimo, ma non lo fai?

Ecco, equivale ad stare seduto in poltrona ad assistere al film della tua vita, e non riesci a decidere la trama, quale scena ripetere (o magari era buona la prima), quali inquadrature favorire.

E intanto scorre davanti a te.

Essere regista della tua vita vuol dire prendere in mano le decisioni, fare delle azioni concrete, per arrivare al gran finale che desideri.

Vuol dire prenderti la responsabilità di guidare le tue scelte.

La responsabilità personale, un valore in cui mi sento impegnata, sulla quale il coaching va sicuramente ad agire.

La responsabilità come valore

Sono rimasta colpita, anni fa, dai risultati dell’indagine sui “Valori della Nazione” realizzata da VocAzione nel 2013 in Italia, in cui la responsabilità personale appare nella classifica tristemente al 48esimo posto (in Svizzera risulta al primo posto, in Svezia al quarto e negli Stati Uniti al sesto).

Questo fa intuire la tendenza, ancora adesso valida probabilmente, degli italiani a sentirsi poco protagonisti della vita politica, economica e sociale del nostro paese, dove le persone sentono di poter avere scarsa influenza su quello che gli accade, poco responsabili della propria vita.

E cosa c’entra con il coaching?

Quante volte ho sentito da parte dei miei clienti le frasi:

  • È colpa mia/sua/loro!
  • Non posso farci niente, non dipende da me.

L’utilizzo del termine “colpa” spesso sottende un senso di disagio, impotenza, un significato emotivamente non piacevole.

Allenarsi con il coaching ad aprire spazi di riflessione più ampi, ad elaborare strategie e piani d’azione, quindi a compiere gesti concreti verso l’obiettivo, aiuta a passare dal concetto di colpa a quello di responsabilità.

Porta a chiedersi “cosa posso fare io?”.

Vuol dire passare dal sentirsi vittima delle circostanze, di una situazione, ad una presa di coscienza della propria capacità d’azione e auto determinazione.

È più facile pensare di non poter cambiare la situazione in cui siamo, e rivolgersi all’esterno (spesso inconsciamente) per trovare i colpevoli dei nostri insuccessi o semplicemente i responsabili di quello che ci sta succedendo.

In genere, se sentiamo di avere poco senso del controllo su qualcosa, siamo anche più portati a non assumercene la responsabilità.

In che modo il coaching stimola la responsabilità personale?

Sono diversi i modi in cui il coaching si rivela uno strumento utile per sviluppare la responsabilità personale.

Il coaching, innanzi tutto, attraverso la definizione di obiettivi reali, e quindi stimola il senso del controllo.

La persona, grazie alle domande del coach, focalizza l’obiettivo desiderato, visualizza la situazione una volta raggiunto l’obiettivo, prevede i tempi, misura il suo impegno e riconosce il valore che egli stesso attribuisce alla sua meta.

Decidendo di dedicare tempo ed impegno alla realizzazione del suo progetto se ne assume quindi la responsabilità.

Lo sviluppo e l’attuazione del piano d’azione portano ad esperienze di successo ed elevano il senso del controllo nelle persone, costruendo una maggiore fiducia nella propria autoefficacia.

Nell’Intelligenza Emotiva la competenza “esercitare l’ottimismo” sta proprio ad indicare l’abilità di sentirsi o meno, capaci di trovare una soluzione ed agirla, ritenersi registi della propria vita insomma. Lavorare su questa competenza è fondamentale per raggiungere gli obiettivi.

Ma chi? Io?

L’ho vissuto anche io il passaggio dal “è colpa di” al rimboccarmi le maniche e assumermi le mie responsabilità, quando ho incontrato casualmente il coaching, ovviamente!

In una delle prime sessioni di coaching (come coachee), dopo una lunga esplorazione di quella che era la situazione che io volevo migliorare arrivò la classica e doverosa (e, in quel momento, per me potentissima) domanda da coach “cosa puoi fare tu per risolvere questo problema?”.

Non ricordo esattamente cosa risposi, forse niente, ma ricordo perfettamente di aver pensato “Ma chi, io? Io non posso farci niente, non dipende da me!”. Non è colpa mia!

Ero abituata a pensare di non poter avere impatto nella mia vita, o di averne solo in minima parte, spesso proiettavo all’esterno le responsabilità e quella domanda, che sottintendeva la possibilità di agire in prima persona per cambiare la situazione, ebbe il potere di illuminarmi e spingermi all’azione.

E quindi avevo agito, cambiando la situazione. In meglio, ovviamente!

Da quando ho raggiunto questa consapevolezza ho imparato un nuovo modo di rapportarmi alla mia vita. Riesco a focalizzarmi sulle soluzioni più che sul problema per cercare di risolverlo e mi sento più regista della mia vita.

E tu? Il tuo piano d’azione

Mi rendo conto che non è facile cambiare il proprio modo di pensare, il paradigma, ma il cambiamento può iniziare anche da un solo piccolo passo.

  • Pensa ad una situazione che senti “ingessata”, prova a scrivere come vorresti che fosse invece la situazione, come se si fosse realizzata (al presente, indicativo e in positivo).
  • Scrivi qualche azione che potrebbe portare più vicino a quella situazione desiderata.
  • Individua una piccolissima azione tra queste che potrebbe “rompere il ghiaccio” e decidi di farla entro pochi giorni, dandoti una scadenza.

Hai appena scritto un obiettivo e un piano d’azione!

Provaci e fammi sapere come va, se vuoi! Scrivimi una mail: cmelis@coachingpower.it

Sei sicuro di volere la promozione?

Fare carriera e diventare “capo” è un’ambizione di molti, ma è anche un grosso cambiamento. Tu sei pronto?

Finalmente dopo anni sembra essere il tuo turno! Hai ottenuto una promozione e guiderai un team di persone.

Fare carriera e ricoprire incarichi di responsabilità è l’obiettivo di molti. Non solo per il compenso economico, ma anche per il riconoscimento che questo comporta, da parte dell’azienda e dei propri responsabili. È poi una prova tangibile che si sta lavorando bene e che i nostri sforzi sono stati ripagati.

Ma è tutto oro quello che luccica? Sei veramente preparato a fare il salto di qualità?

Ho già parlato in un mio precedente post di Marco che non era stato promosso perché non aveva i requisiti “giusti”, qui affronto le sfide che devi affrontare quando aumenta il tuo ruolo di responsabilità.

Non è tutto oro quel che luccica

Spesso fare carriera internamente, cioè crescere nella stessa azienda, è un gran cambiamento, e come tale, se non gestito, e affrontato con i giusti strumenti e preparazione, può mettere in difficoltà.

Sicuramente te lo sei meritato, hai lavorato tanto, ti mantieni costantemente aggiornato, non ti sei mai tirato indietro di fronte a carichi di lavoro impegnativi e lavori bene con i tuoi colleghi.

A cambiare non sarà solo il tuo “job title” su LinkedIn e il tuo posto nell’organigramma aziendale, ma la sfida è sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista della tua forma mentis del lavoro.

Infatti, quando ti trovi a gestire un team, per quanto tu possa essere preparato nelle competenze tecniche, devi sviluppare (o accrescere) delle competenze e degli strumenti.

Quali sono le sfide?

Prima colleghi ora collaboratori

Una prima difficoltà a cui ti puoi trovare davanti è che quelli che prima erano i tuoi colleghi diventano i tuoi collaboratori. Se già gestivi un team di persone e ora sei responsabile dell’intera area, ora diventerai il capo dei tuoi ex parigrado.

Anche se hai dei rapporti splendidi dal punto di vista personale e lavorativo, il modo di relazionarsi deve cambiare per forza di cose.

Se magari le risorse più junior potrebbero non risentire del cambiamento nel team, i colleghi con la seniority simile alla tua, in alcuni casi maggiore, possono accusare il colpo.

E non riconoscerti come capo, il che ti farà tribolare un bel po’.

Pensa a quelle situazioni in cui il capo arrivava con la richiesta di produrre quei dati “per ieri” perché c’era un’urgenza e tu e i tuoi colleghi vi guardavate tra di voi alzando gli occhi al cielo. Ecco, ora il capo sei tu! E spesso dovrai fare delle richieste del genere perché arrivano dall’alto e non puoi dire di no.

In questo caso, sicuramente ci vorrà del tempo per accettare la nuova situazione, ma devi essere bravo tu a gestire il nuovo contesto con un po’ di pazienza, adottando un comportamento più consono al nuovo ruolo e trovare il nuovo equilibrio.

Certo se sei sempre andato con loro a prendere il caffè o in palestra, ora dovresti comunque rimodulare opportunità e modo di rapportarti fuori e dentro l’ufficio con nel tuo nuovo incarico.

Cambiare prospettiva, diventare meno operativo e delegare

L’azienda ora si aspetta da te non più di smazzare numeri e produrre decine di report, ma molto di più: che tu sappia gestire il tuo lavoro e quello delle altre persone.

Dipende dal ruolo, ma sicuramente il tipo di lavoro che andrai a svolgere sarà più volto al coordinamento del lavoro e delle risorse.

E ovviamente devi essere meno operativo, che ovviamente non vuol dire che devi smettere di lavorare, ma alcune cose che facevi prima le devi delegare per poi verificarle una volta fatte.

Non puoi fare il lavoro che svolgono già i tuoi colleghi e sovrapporti.

Dovrai avere uno sguardo “più alto” sull’attività, sviluppare la visione d’insieme e coordinare invece che macinare i dati.

Devi sviluppare delle capacità trasversali

Già perché appunto puoi essere bravissimo sulle capacità tecniche, ma ora devi sviluppare capacità relazionali e di leadership.

Questo attiene maggiormente alla sfera dell’Intelligenza Emotiva, alle famose soft skills che ormai sono necessarie per chiunque, figurarsi per chi ricopre ruoli di responsabilità.

Intendo la capacità di ascoltare attivamente, coinvolgere, gestire le emozioni e lo stress, tanto per citarne qualcuna.

Dovrai sviluppare nuovi strumenti

Devi anche dotarti di strumenti quali:

  • Dare un feedback. Avevo già affrontato questo argomento in un post, non è facile dire certe cose e trovare il giusto modo per farlo, ma ora che hai delle responsabilità non puoi mancare di farlo con i tuoi collaboratori. Anche se difficile è per loro, ma anche per te, una grande occasione di crescita. Allo stesso modo dovrai imparare ad incassarli.
  • Delegare. Lo so che a volte, anzi forse spesso, faresti prima tu a fartelo da solo, ma non è questo il modo di gestire il lavoro delle persone e soprattutto farle crescere professionalmente. “Ghe pensi mi” non è un buon metodo di gestire un team: inizia a sviluppare fiducia nei confronti delle tue risorse. Controllerai dopo il lavoro e darai un feedback (vedi sopra) di miglioramento nel caso abbiano sbagliato qualcosa. E sì, la responsabilità è tua!
  • Saper monitorare. Anche il controllare il lavoro va saputo fare, perché se ogni 5 minuti chiedi “Cosa stai facendo” e “A che punto sei” non stai aiutando il tuo collaboratore a lavorare bene, ma stai facendo pressione che si può ripercuotere negativamente sul lavoro.
  • Gestire il tempo e l’agenda. Monitorare i progetti e il tempo non solo tuo, ma anche dei tuoi, saper fissare dei punti di verifica, creare momenti condivisi o meno. Sull’agenda leggi qui.
  • Saperti dare degli obiettivi SMART. Il che vuol dire, come saprai dall’ampia letteratura, che devono essere misurabili, temporalizzati, realistici ecc e che devi saper coinvolgere anche i tuoi collaboratori nell’aiutarti a raggiungerli.

In effetti sono tante le sfide, e sono sicura che saprai affrontarle con determinazione e strategia!

 

Se stai per fare questo tipo di cambiamento, guarda qui il mio percorso.

Se sei a Milano ad Aprile tengo due workshop su “Fare Networking

IL VIAGGIO VERSO L’OBIETTIVO

Tempo di buoni propositi e nuovi obiettivi. Ma l’obiettivo non è solo il fine del percorso che facciamo, ma soprattutto un mezzo per il nostro cambiamento.

È gennaio, un anno nuovo ci attende, ci sentiamo rinnovati e pieni di nuove possibilità. Quindi è il momento di buoni propositi, mettere nuovi (o vecchi!) obiettivi ed è un pullulare di liste, parole dell’anno e tutto quello che in generale ci consente di programmare i prossimi mesi.

Porsi degli obiettivi precisi, temporizzati, concreti è importante, anzi fondamentale.

Questo vuol dire prender i fantastici buoni propositi e trasformarli in obiettivi precisi, si spera realistici, quindi focalizzarli nel concreto, dargli una scadenza e fare un piano d’azione.

Ma lo sai cos’è la cosa più importante di porsi un obiettivo?

Raggiungerlo? Si, certo.

Ma ancora più importante, sul quale mi voglio focalizzare qui, è il percorso che fai per raggiungerlo, un vero viaggio di scoperta e trasformazione di te stesso. È il cambiamento che fai per arrivarci che è la cosa più importante.

In questo senso l’obiettivo è allo stesso tempo il fine e il mezzo per la tua crescita personale, un vero pretesto per il cambiamento.

Ed è proprio quello che si fa con un percorso di coaching.

Decidi le tappe del tuo viaggio

Quando spiego ai miei clienti come si articola un percorso di coaching uso spesso la metafora del viaggio.

Definire l’obiettivo vuol dire decidere dove vuoi andare, in quale direzione: è diverso andare a Roma o Lugano. Anche perché se non sai dove vuoi andare come fai a capire quando sei arrivato?

Una volta decisa la destinazione devi anche decidere quanto tempo ci vuoi mettere, di conseguenza anche che mezzo di trasporto usare.

Il viaggio, a volte, può essere non essere facile: quali risorse ho, oppure quali mi servono o devo sviluppare per arrivarci? Spesso non è come ce lo aspettiamo, spesso crediamo di prendere il freccia rossa e invece ci troviamo in macchina, fermi in coda in autostrada, o scopriamo di poter prendere l’aereo. Sperando di non prendere la bicicletta!

Poi ci possono essere delle deviazioni rispetto alla meta, anche prese consapevolmente: anche se quella deviazione ti allontana dalla strada principale e rallenta il tuo viaggio, visitare quel bel paesino lontano dall’autostrada può avere un significato importante per te.

E dopo il viaggio?

Il viaggio, è sempre un momento di trasformazione e di scoperta, una volta che lo intraprendi non sei più lo stesso. Questo accade anche grazie ad un percorso di coaching.

Cosa succede durante il viaggio?

  • Si verifica un cambiamento. il coaching è lo strumento principe del cambiamento, si fa un percorso per gestirlo o per provocarlo. Ad esempio, riprogrammare il proprio obiettivo professionale. In ogni caso, per arrivarci spesso devi cambiare: nuovi comportamenti, nuove strategie, buttare vecchie abitudini o aprirsi a nuove prospettive.
  • Prendi consapevolezza di te stesso e scopri le tue risorse. Il coach ti aiuta a scandagliare te stesso, mettere nero su bianco le tue capacità e spesso scopri risorse nuove e inaspettate che tu stesso non eri stato in grado di vedere. In questo modo vai rafforzare ciò che c’è già e a migliorare i tuoi punti deboli.
  • Prendi decisioni. Che tu debba decidere dove vuoi arrivare, come arrivarci, quali azioni intraprendere, su cosa vuoi focalizzarti, non puoi scampare, sarai di fronte a continue scelte (o non scelte, il che è sempre una scelta!)
  • Scopri nuove opzioni. Spesso ti troverai davanti ad un bivio o semplicemente davanti alla decisione di continuare su una strada, magari la vecchia (quella che già conosci) per intraprenderne una nuova, e magari anche a contemplare una terza, una quarta.
  • Esplorerai nuovi “territori”. Faccio delle domande la cui risposta spesso è “Bella domanda! Non ci avevo mai pensato”. Ecco, quella è una domanda potente, che apre nuovi scenari e nuove scoperte, una strada nuova che non avevi pensato di percorrere.
  • Incrementi la fiducia in te stesso. Quando persegui un obiettivo, sei “costretto” a creare il tuo piano d’azione e ad agire appunto! Altrimenti cosa racconti al tuo coach nella sessione successiva? E mano a mano che pianifichi e agisci ti scopri capace di fare, ottenere dei risultati e ti stimoli ad andare avanti in un meccanismo virtuoso che accresce la fiducia in te stesso.
  • Impari a focalizzarti sulle soluzioni invece che sui problemi. Com’è liberatorio parlare dei tuoi problemi con il coach, vero? Verissimo, io sono qui per ascoltarti, per farti osservare la situazioni da molte angolazioni, ma anche per farti focalizzare sulle soluzioni, cioè sul “cosa farai tu per risolvere la questione”. Ti ascolto nel mentre che mi dici che il percorso è lungo ed è accidentato, ma ti accompagno anche a trovare nuovi percorsi o a trovare un modo per “guadare il fiume”.

Che momento magico quello in cui ti accorgi che hai raggiunto l’obiettivo!

Come quando alla fine del viaggio, ti guardi indietro e ti sorprendi di tutti i chilometri che hai percorso e di quanto ti senti arricchito.

 

Se vuoi scoprire che tipo di “viaggio” possiamo fare insieme, prenotati per una chiamata senza impegno con me:

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Scopri alcuni dei miei percorsi:

https://www.coachingpower.it/lavora-con-me/

CE L’HAI IL PIANO B?

Se alla mattina andando in ufficio hai il mal di pancia o non ti vedi tutta la vita a fare lo stesso lavoro hai bisogno di un “piano B”

A luglio ho iniziato a lavorare con un cliente sul suo “piano B“. Giacomo è alla ricerca di un nuovo lavoro, a causa di una ristrutturazione aziendale, ma vuole sfruttare l’occasione del percorso di coaching per di verificare l’esistenza di un’altra strada possibile, che magari senta più appagante, alla sua già brillante carriera professionale ben tracciata da anni.
Sempre più sento persone che vorrebbero rimettersi in gioco o sono annoiate dal loro lavoro. Certo ci si può anche accontentare o “arredare il tunnel“, come scrivevo in un mio precedente post, ma valutare un cambiamento lavorativo è “gratis” poi si può decidere di non attuarlo e riporlo nel cassetto, insieme agli altri sogni.

In effetti, quando scegli il percorso di carriera, l’università o il lavoro che farai da grande, puoi essere poco consapevole di quali siano le tue attitudini e di cosa ti piace fare davvero, spesso facciamo scelte “razionali” senza fare un vero bilancio di competenze e di opportunità. Io, per esempio, non ero totalmente conscia che avrei potuto sfruttare altre mie attitudini oltre al fatto che mi piacessero “i numeri”.
Nel corso degli anni, poi, puoi anche scoprire che il lavoro che tanto desideravi fare in realtà ti annoia a morte o è molto diverso da come te lo eri immaginato. Sono cose che succedono anche nelle migliori famiglie!

O semplicemente sei cambiato tu! Dopo anni della “stessa minestra” è possibile che tu voglia vedere un’altra prospettiva o comunque dare una svecchiata alla tua vita professionale, cambiando azienda o magari solo mansione.
È il famoso problema dello svegliarsi la mattina e avere il pensiero di andare in ufficio con il mal di pancia.

Altre volte non è una scelta dover riconsiderare le scelte professionali fatte anni prima, magari anche contro la propria volontà, come nel caso di Giacomo: una ristrutturazione aziendale che ti riassegna in un nuovo compito, l’azienda che chiude, una fusione. Andiamo incontro ad un mercato del lavoro sempre più flessibile ed esigente, che richiede nuove figure e smette di cercarne altre.

Scongiurando eventi “nefasti”, tutto può succedere. Per questo è importante avere un piano B (ma anche C e D), per non farsi prendere alla sprovvista se le cose si modificano improvvisamente e sei costretto a fare delle scelte forzate. O solo per avere una possibilità in più rispetto a quello che hai ora, per non scegliere un lavoro basandoti sul “meno peggio”.

È l’occasione per chiederti cosa vuoi veramente dalla tua vita lavorativa, di ribaltare il concetto del “lavoro a vita” come lo vedeva la generazione dei nostri genitori, e la concezione del lavoro visto come dovere e non come scelta personale, magari piacevole.

Attenzione, non sto parlando di dimetterti in tronco per espatriare e aprire un chiringuito in Brasile o di vendere tutto e metterti in viaggio come travel blogger per il mondo (o forse è quello che farai), ma di aprire il tuo orizzonte di possibilità, scoprire o spolverare le tue competenze, tirare le somme da cosa hai imparato nel tuo lavoro finora, cosa hai rafforzato e in cosa ti sei scoperto bravo (o lo scoprirai!)

Ok, ma come lo faccio il piano B?

Ti propongo una serie di riflessioni e domande che ti aiuteranno ad iniziare ad allargare la tua visione del lavoro e a focalizzare altre possibili strade.
Prendi carta e penna e iniziamo!

Fai il bilancio delle tue competenze
Ma quali sono i tuoi talenti? Mi spiego meglio: quali sono quelle attività che tu fai, ti vengono bene e ti viene semplice fare, magari divertendoti? e lo faresti anche gratis proprio perché ti diverte!

È la concezione del lavoro come gioco, come introduce il libro “Mollo tutto: e faccio solo quello che mi pare” di John Williams che ha aiutato me a focalizzare quali fossero i miei talenti.
Una delle prime cose sul quale chiedeva di domandarsi era: “Qual è quella attività che ti piace fare e che ti sembra di fare giocando?”.
Io mi ero riconosciuta ad esempio la capacità di ascoltare e sostenere le persone, anche quella di far fare un ottimo shopping alle mie amiche, ma ho deciso di non utilizzarlo, per ora!

Scrivi quali sono i tuoi possibili talenti, anche quelli che ti sembrano cose banali! Tipo “organizzare weekend con itinerari fuori città per gli amici”.

Quali caratteristiche deve avere un lavoro per te?
A cosa non potresti proprio rinunciare? sono quelle caratteristiche che il lavoro dovrebbe avere per te, assolutamente.
Ad esempio:

  • imparare cose nuove continuamente,
  • una routine bene consolidata,
  • metterti in relazione alla gente,
  • viaggiare,
  • un buon equilibrio lavoro/tempo libero
  • stare in ufficio,
  • stare all’aria aperta,
  • ben pagato,
  • possibilità di crescere,
  • avere orari flessibili

Quali sono i tuoi valori?
Fai un elenco di “cosa è importante davvero per te” e intendo qualcosa che va ben oltre l’ambito lavorativo, sono i tuoi valori, qualcosa su cui non sei disposto a passare sopra. Come ad esempio la famiglia, la stabilità, lo status sociale, la serenità, giustizia sociale, ecc.

Descrivi la tua giornata ideale
Ora prova a descrivere la tua giornata lavorativa ideale.
A che ora ti svegli? A che ora inizi a lavorare? In che zona è la tua sede di lavoro? Ti muovi a piedi, in macchina, con i mezzi? Vai in un ufficio open space? Lavori in un coworking? Sei in giro per clienti? Com’è il tuo abbigliamento di lavoro? quali strumenti informatici usi? Hai molti appuntamenti? Lavori da solo o in team?
Non porti limiti, pensala proprio come la desideri in ogni dettaglio.

Ok, e ora?
Ora rileggi il tuo foglio in tutti i punti, e vedi quali sono i punti che si intersecano, vedi qualcosa?
Ovviamente questa è una piccola base per iniziare una “grande riflessione”, la fase preliminare di un eventuale percorso. Magari hai scoperto rispondendo alle domande che il lavoro che già fai è il lavoro che fa per te.

Condividi con me le tue riflessioni, lascia un commento o scrivimi! cmelis@coachingpower.it

IL RISCHIO È IL MIO MESTIERE

Il rischio viene inteso solo in senso negativo, la possibilità di perdere o fallire, ma in finanza il concetto di rischio è anche positivo, perché c’è anche la possibilità di avere successo. La mia storia

Spesso leggo storie di persone che si sono messe in gioco, amici, conoscenti, che hanno incrociato la mia strada in qualche modo, e che vantano una “propensione al rischio”, nel linguaggio economico – finanziario.

Persone che hanno cambiato lavoro, si sono messe in proprio, hanno cambiato paese, si sono reinventate, hanno iniziato da zero e hanno avuto successo, tutte con il comune denominatore del seguire la propria passione, rischiando, e che hanno capito presto o tardi quali fossero i propri talenti e potenzialità.

Dove il talento è qualcosa che ci viene facile fare e che ci rende felici, per cui proviamo una passione tale per cui lo faremmo anche senza essere pagati.

Sono storie di persone comuni, non di milionari (per ora almeno!). Ma sono allo stesso modo straordinarie perché seguire i propri sogni e passioni è coraggioso.

Nel mio piccolo, anche io mi sono messa in gioco, questa è la mia storia.

In che senso “rischio”?

Il concetto di rischio è costante nella mia vita. Fino a tre mesi fa lavoravo nel Risk Management di una Società di Gestione del Risparmio, quindi il rischio era il mio mestiere.

E lo è tuttora, nel mio piccolo, visto che mi sono messa in proprio con un lavoro che mi fa prendere una strada nuova e molto diversa, per seguire la mia passione e perché, ebbene sì, è rischioso.

Di solito il rischio viene inteso solo in senso negativo, la possibilità di perdere o fallire, ma in finanza il concetto di rischio è anche positivo, perché c’è anche la possibilità di avere successo! D’altra parte il teorema rischio-rendimento recitaad un maggior rischio corrisponde un maggior guadagno”.

E no, mi spiace, non esistono investimenti con rischio nullo, perché è rischioso anche tenere i soldi sotto al materasso (c’è la svalutazione, ricordi?) o a continuare ad andare avanti nella vita senza darsi degli obiettivi.

Questa è la mia storia, ci metto la faccia, anche se la mia storia finisce con un inizio…

Dalla finanza al coaching

In me sono sempre convissute due anime, due polarità: la passione per i numeri (ero brava in matematica e mi riusciva semplice, ok odiatemi!) e la mia tendenza all’introspezione, all’amore per la lettura, la riflessione.

Avevo scelto ragioneria perché volevo lavorare in banca, non chiedetemi perché avessi questa aspirazione, non lo ricordo. Credo di essere stata l’unica che all’esame di maturità ha portato come materie a piacere Tecnica bancaria (imperterrita!) e Italiano, scegliendo Pirandello, che adoro tuttora.

Con una certa lungimiranza, mi sono iscritta a Scienze Economiche e Bancarie a Siena. Il che ha determinato due cose:

•l’abbandono della Sardegna a 19 anni, il giorno del mio compleanno, con un po’ di sana incoscienza ma per cui ringrazio tanto. E il conseguente ritiro da parte di mio padre dell’immaginario passaporto sardo, visto che per lui ora sono continentale.

•L’evidenza che le mie due anime iniziavano a cozzare l’un l’altra.

Ci ho messo un po’ a laurearmi, perché comunque ero sempre combattuta chiedendomi se era la strada giusta per me, ma alla fine, avendo deciso, ho raggiunto il mio obiettivo.

Il passo successivo? Si sa che “sbagliare” è umano ma perseverare è diabolico, mi sono trasferita a Milano nel 2003 per seguire un master in Risk management per gli intermediari finanziari, perseguendo la strada della banca e della finanza.

Ho trovato lavoro proprio nel Risk Management di una Società di Gestione del Risparmio, dove sono stata per 11 anni.

Nel 2011, nel bel mezzo di un percorso interiore iniziato alla ricerca della vera me stessa, incontro il coaching offrendomi per fare da “cavia” a Elisabetta che allora stava facendo un corso per certificarsi come coach professionista.

Grazie ad un percorso come coachee, lavorando su obiettivi relativi alla mia professione, ho iniziato un viaggio di riscoperta di me stessa, delle mie capacità e risorse, e ho focalizzato meglio i miei desideri e attitudini.

Ho messo così il primo seme per iniziare a dare risposta alle mie domande e ad ascoltare l’altra parte di me stessa (quella riflessiva) e a chiedermi quali fossero i miei altri talenti finora non sfruttati.

Questa riflessione mi ha portato ad iscrivermi al corso per diventare una coach professionista, dando inizio a 3 anni in cui ho portato avanti entrambi i miei lavori, con molta fatica, e la mia tendenza si è spostata sempre più verso il mio essere coach, aiutandomi ad esprimere finalmente la mia naturale attitudine ad essere “umanamente curiosa” e ad allenare quella parte di me aperta all’ascolto e all’accoglienza.

Dopo un percorso un po’ travagliato, fatto di valutazioni, domande, riflessioni, ascolto di me stessa e anche di calcoli economici (la tendenza non si cambia mai del tutto), mi sono dimessa a dicembre 2015.

Da poco più di tre mesi sono una coach al 100% e mi sto sperimentando nel trovare un nuovo equilibrio, testando le gioie e i dolori di essere libera professionista.

Certo la storia non termina con una fine da milionaria, in realtà termina con un inizio, di una nuova avventura.

È un po’ presto per fare bilanci, ma il mio successo, il significato che ha per me questa parola, sta proprio nel fare un lavoro che amo e che mi appassiona al 100%. Anche se un po’ mi mancano i miei colleghi.

Che risorse ho messo in gioco?

Non è stato facile e posso dire che il mio percorso è stato costellato di molti bellissimi e importanti incontri, con persone che mi hanno incoraggiato e sostenuto.

Il networking è stato fondamentale!

Anche se la maggior parte delle persone ha cercato di farmi cambiare idea o mi faceva terrorismo circa la crisi, il rischio e compagnia bella. Loro sono stati ancora più importanti per far emergere la mia motivazione.

Mi è stata utile la capacità di darmi grandi obiettivi, di allineare i miei valori con le mie scelte di vita e con il lavoro che faccio, ascoltare le mie emozioni e la mia motivazione interiore; la capacità di inventare nuove strategie in caso di insuccesso, senza arrendermi.

E questo è solo l’inizio.

Tu hai mai pensato di metterti in gioco? Se vuoi raccontamelo nei commenti o scrivimi cmelis@coachingpower.it

Se vuoi guarda il mio profilo LinkedIn e chiedimi la connessione, magari con un messaggio personalizzato 😉

Vietato accontentarsi

Stai rimandando una decisione, ti arrovelli pensando a come uscire da una situazione un po’ scomoda senza riuscire a decidere? Ti stai accontentando!

Ecco, ci risiamo! è lunedì  e quando suona la sveglia, pensando di andare in ufficio o alla giornata che ti aspetta non trovi la forza di alzarti dal letto e neanche una vera motivazione per farlo.

Magari il tuo lavoro non ti piace più come una volta e cerchi di ricordare quando è stata l’ultima volta che ti sei svegliato felice e motivato. Ti trascini andando avanti e chiedendoti se potresti cambiare azienda, o semplicemente la mansione, o addirittura metterti in proprio aprendo quell’attività in cui sei tanto bravo e ti diverti a fare. E i giorni passano uno dopo l’altro, uguali a se stessi, senza che tu faccia qualcosa per cambiare la situazione. Poi c’è la crisi, la paura del nuovo e del cambiamento, o non hai idea da dove ripartire.

In poche parole ti stai “accontentando“.

Le parole sono importanti. E spesso il significato che diamo ad una parola non è uguale per tutti.

Il significato che io associo alla parola “accontentarsi” è quello di “rassegnarsi” “tergiversare”.

Per me la frase “devi accontentarti”, o “bisogna accontentarsi” significa mettersi in condizione di una situazione in cui stiamo subendo passivamente, senza fare nessuna scelta, prendere una decisione o compiere qualche azione. Tirare a campare insomma.

Davanti ad una sfida o difficoltà, una decisione da prendere, o una situazione complessa, un bivio insomma, abbiamo sempre tre possibilità

  • Accontentarsi: scegliere di non decidere e continuare a stare nel tunnel
  • Accettarla: decidere di stare in quella situazione, arredare il tunnel insomma
  • Cambiarla

Scegliere di non scegliere

La nostra tendenza è spesso quella di andare avanti in situazioni in cui non ci sentiamo più a nostro agio, non siamo più contenti, ci lamentiamo o ci trasciniamo.

Nel caso accontentarsi stiamo in una “non decisione”, subiamo la situazione.

Ma anche non prendere una decisione è una scelta!

Lo svantaggio di continuare a procrastinare, non facendo una scelta, significa mettersi in una situazione in cui poi saranno gli altri a decidere per noi o comunque sarà la vita che prenderà una piega che magari non volevamo o non abbiamo scelto, appunto.

Se sei nel tunnel, arredalo!

Che differenza c’è tra accontentarsi e accettare la situazione?

Accettare, restare, implica una fase attiva, uno sforzo di resilienza. Significa analizzare la situazione e decidere che per noi è meglio rimanere dove stiamo, non cambiare.

Se cerchi di guardare la situazione per quella che è, in un’ottica di abbondanza, ti interroghi su cosa davvero è più adatto a te e su quali sarebbero le conseguenze del cambiamento, stai ponendo le basi per una scelta consapevole.

Non è detto che la soluzione migliore sia cambiare, ognuno ha la sua storia e i suoi tempi.

Per decidere puoi fare un bilancio degli aspetti positivi e negativi, di cosa tenere della situazione che ti rende “rassegnato”, focalizzarti di più su quello che c’è!

Nel caso di una situazione lavorativa poco piacevole, decidere di stare, per esempio, potrebbero esserci i vantaggi:

  • l’azienda ti piace
  • Hai un buon stipendio
  • Sei riconosciuto,
  • hai un’altra professionalità
  • stai pagando il mutuo
  • puoi prenderti le ferie quando vuoi
  • hai bisogno di stabilità,
  • il clima dell’ufficio con i colleghi è buono
  • hai molti benefit

Analizzare la situazione e decidere di tenerla mette in atto nuove energie, più propositive e positive.

Sei nel tunnel ma decidi di arredarlo come piace a te.

Liberi quell’energia che impieghi nello stare ad arrovellarti a pensare a quella situazione, a negarla, e magari inizi a vedere che per noi è più importante stare e cercare di vedere quello che c’è, in un’ottica di abbondanza, invece che di deficit (vedere cosa ti manca).

Quali sono i vantaggi?:

  • Liberi energia e ti senti meglio
  • Prendi una decisione e smetti di procrastinare
  • Finalmente hai la visione di abbondanza piuttosto che di deficit

Accettare la situazione, di solito, è anche un modo di fare pace con se stessi e comunque mettere le basi  per fare un cambiamento in futuro.

Se il bilancio è più negativo che positivo puoi decidere di cambiare, il che richiede molte più energie, obiettivi chiari e un buon piano d’azione!

E tu cosa fai? Ti stai accontentando?

Se non vuoi più accontentarti, scrivimi all’indirizzo cmelis@coachingpower.it o contattami sui social, valutiamo insieme se arredare il tunnel o cambiare, o continuare ad accontentarti!

Evento COACH IN AZIONE al MilanIN

Lunedì 14 Marzo a MilanIN due interventi sul coaching “Allenare l’empatia” e “La legge desiderio-decisione” con CRISTIANA MELIS e TERESA TARDIA

Tornano in azione i Coach a MilanIN, lunedì 14 Marzo dalle 19:30, PACINO CAFE Piazzale Bacone 9 Milano, con una serata fortemente esperienziale che vede due ambiti applicativi distintivi.

ALLENARE L’EMPATIA. Nel 2020 tra le 10 competenze che verranno richieste maggiormente nelle aziende c’è L’Intelligenza Emotiva. La differenza che passa tra un capo e un Leader è data proprio dalle capacità emotive e relazionali, tra le quali una delle più importanti è l’Empatia, l’abilità di riconoscere e rispondere in maniera appropriata alle emozioni delle altre persone, al fine di stabilire delle relazioni più efficaci e basate sulla fiducia. L’intervento sarà volto ad allenare proprio questa competenza, mediante un esercizio esperienziale.

LA LEGGE DESIDERIO-DECISIONE. I desideri possono trasformarsi e attivare percorsi di crescita, cambiamento e trasformazione. Se riesci a decidere e poi mettere in pratica le decisioni, vuol dire che attivi il cambiamento. Una decisione può essere procrastinata, anche quando non decidiamo, stiamo prendendo una decisione. Il Coach allena al cambiamento e ogni piano di azione passa attraverso micro e macro decisioni per raggiungere i “de-sidera”, le stelle che brillano e che fanno bene e con consapevolezza.

IL COACHING

Il coaching è una partnership con i clienti che attraverso un processo creativo stimola la riflessione ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale. Il coaching include un approccio elogiativo che si fonda sul riconoscimento di ciò che è giusto, di ciò che funziona, di ciò che è desiderato, di ciò che è necessario per arrivare all’obiettivo. Le responsabilità del coach sono quelle di scoprire, rendere chiari ed allineare gli obiettivi che il cliente desidera raggiungere, nonché guidarlo in una scoperta personale di tali obiettivi e fare in modo che le soluzioni e le strategie da seguire emergano dal cliente stesso, infine lasciare piena autonomia e responsabilità al cliente. Durante ciascun incontro è il cliente stesso a scegliere l’argomento della conversazione, mentre il coach lo ascolta ponendo osservazioni e domande. Questa interazione contribuisce a creare maggiore chiarezza ed induce il cliente a divenire proattivo. Nel coaching si osserva “dove si trova il cliente oggi”, quale sia cioè la situazione attuale di partenza, e si definisce, in comune accordo, ciò che egli è disposto a fare per raggiungere “la meta in cui vorrebbe trovarsi domani”. (tratto da Cos’è il Coaching – ICF Italia)

 

È gradito un cenno di conferma di partecipazione rispondendo alla mail eventi@milanin.com

 

Cristiana Melis

Coach accreditata ACC da ICF, Assessor SEI per l’Intelligenza Emotiva, si occupa di coaching e formazione per lo sviluppo professionale dopo aver lavorato per 11 anni nell’ambito finanziario, nell’area Risk Management.
Supporta percorsi di Coaching individuali e di team, intervenendo sulle tematiche della trasformazione e crescita personale, sviluppo dell’intelligenza emotiva e della leadership.

e-mail: cmelis@coachingpower.it  web site www.coachingpower.it

Teresa Tardia

ACC Coach ICF. Specializzata nella formazione aziendale, area in cui tende ad ottimizzare le performance delle risorse umane, attraverso i processi legati alla motivazione, credibilità, fiducia in sé e capacità di acquisire conoscenze e competenze. Dal 2008 al 2015 docente a contratto di organizzazione aziendale. È impegnata nell’area dello sviluppo e della crescita professionale e nel life design.

email: teresa@ttardia.it  web site: www.ttardia.it

 

Programma:

– A partire dalle ore 19.30 aperitivo presso PACINO CAFE Piazzale Bacone 9 Milano

– Ore 20.30: Apertura sala riservata a MilanIN

– Ore 21.00 Incontro e Presentazione

– Ore 22:00 Domande/Risposte

– Ore 22.30: Libero Networking

L’ingresso alla sala MilanIN è possibile ai soci effettivi ed aggregati di MilanIN e di tutti i ClubIN alle seguenti condizioni:

– Socio Aggregato MilanIN PRIMA ISCRIZIONE: Euro 5 per quota annuale soci aggregati + Euro 10 al locale per aperitivo.

– Socio Aggregato GIA ISCRITTO di un qualunque ClubIN (compreso MilanIN): Euro 5 per contributo evento + Euro 10 al locale per aperitivo

– Socio Effettivo (in possesso di regolare tessera per l’anno in corso) di un qualunque ClubIN ufficiale (compreso MilanIN): Euro 10 al locale per aperitivo.

Per chi lo desidera è possibile acquisire la tessera di socio effettivo di MilanIN durante l’evento, usufruendo da subito dell’ingresso scontato.

Quella sensazione…

Ti è mai capitato di sognare di trovarti in una situazione di pericolo imminente e vorresti correre via ma non riesci a muoverti? I tuoi piedi incollati al pavimento.

A volte ci si sente proprio così anche da svegli: paralizzati in una situazione dal quale vorremmo scappare ma non possiamo, o non vogliamo veramente oppure è la paura di abbandonare quella situazione conosciuta per andare verso qualcosa di sconosciuto che ci blocca.

Fermati

Domandati prima di tutto cosa ti stanno comunicando queste emozioni.

Le emozioni sono preziose perché contengono delle informazioni che ci aiutano a capire chi siamo e cosa vogliamo.

Inoltre, le emozioni sono in grado di influenzare anche le nostre sensazioni.

Forse ci stanno dicendo che abbiamo paura di affrontare qualcosa o che siamo in una situazione che percepiamo come chiusa e non lo abbiamo ancora consapevolizzato. O ci sentiamo a disagio dove siamo o nel rapportarci con una persona in particolare.

Cosa provo ora?

La prima cosa da fare è cercare di dare un nome a queste emozioni. Distinguerle in base all’intensità?

È paura, ansia, collera? Oppure noia, disagio, tristezza? Gioia, serenità?

Sai identificarle sul tuo corpo? Quali sensazioni hai? Calore, dolore allo stomaco, tensione?

Se siamo in grado di identificare le nostre emozioni, possiamo anche riconoscere i nostri sentimenti e quindi anche il modo di interpretare un avvenimento.

 

Come posso utilizzare queste emozioni?

Se abbiamo consapevolezza di cosa proviamo, negare le emozioni, reprimerle o sminuirle, non ci aiuta.

Il secondo passo da fare è quindi accettare l’emozione che stiamo vivendo, standoci dentro. Accettare le emozioni è fondamentale per poi gestirle e superarle.

Sfruttiamo quindi queste sensazioni per capire chi siamo e cosa vogliamo, per prendere decisioni più efficaci nella nostra vita.

Solo conoscendo le nostre emozioni, saremo poi in grado di gestirle, per esempio quando ci troviamo a relazionarci con le persone o dobbiamo affrontare una situazione lavorativa molto impegnativa.

Spesso ci vuole tempo e impegno per raggiungere questi risultati, vivere la vita in modo più intenzionale e affrontare un cambiamento, ma sono tutte capacità che possiamo allenare, migliorare al fine di agire e decidere in maniera più consapevole ed efficace.

Chi ha paura del cambiamento?

“L’unica costante della vita è il cambiamento”. Tutto è in evoluzione, tutto cambia prima o poi.

Ci sono volte in cui il cambiamento ci giunge inaspettato e ci coglie impreparati, altre volte siamo noi a cercarlo e desiderarlo.Ma anche quando siamo noi a causare il mutare della situazione, ci troviamo in difficoltà.

Come mai il cambiamento ci fa paura? Come possiamo affrontarlo e gestirlo al meglio?

Capita spesso nella vita di trovarci di fronte ad un evento inatteso, come la fine di una relazione, un cambiamento di mansione al lavoro, o una promozione, o cambiare città per motivi familiari.

Spesso ci sentiamo smarriti, destabilizzati e non riusciamo a gestire con serenità ed efficacia questa situazione.

Magari abbiamo appena ottenuto quel posto di lavoro che abbiamo sempre desiderato, ma ora all’idea di cambiare colleghi, o di fronte a maggiori responsabilità ci sentiamo un po’ spiazzati.

Anche quando la situazione che lasciamo non era piacevole per noi, ci sentiamo comunque in difficoltà nell’affacciarci al nuovo.

Anche un cambiamento societario, come una riorganizzazione o fusione è difficile da gestire se si evita di affrontare la componente emozionale dei dipendenti.

Come mai ci fa paura il cambiamento?

La spiegazione è semplice: abbandoniamo qualcosa che conosciamo e andiamo incontro all’ignoto, usciamo dalla strada che padroneggiamo e ci avviamo seguendo altri sentieri inesplorati. Si tratta di lasciare la cosiddetta “zona di comfort”, dove, per istinto, ci sentiamo più al sicuro e ci muoviamo in un territorio noto e sappiamo cosa aspettarci.

Uscire dalla zona di comfort può significare rimettere in discussione certe nostre abitudini, anche mentali, sentiamo di avere meno controllo della situazione. Emerge la nostra insicurezza e la nostra paura del fallimento.

Cosa possiamo fare?

Il primo passo è accettare il cambiamento, accoglierlo. Certo possiamo non essere felici della nuova situazione, ma se continuiamo a negarlo, a “dire no” nella mostra testa, stiamo solo sprecando energie utili che potremmo utilizzare nel gestire questa nuova situazione. Possiamo chiederci ad esempio: Cosa non sto accettando? Cosa mi fa paura?

Guardiamo in faccia la realtà, quindi e prendiamo consapevolezza dei fatti. Prendere consapevolezza della situazione, infatti, ci aiuta a gestirla,e non a subirla passivamente.

Osserviamo poi la situazione dai diversi punti di vista: spesso da una grande sfida o ostacolo nasce per noi un’opportunità. L’occasione per rimetterci in gioco, per migliorarci, per riflettere sulla nostra strada.

Quali sono le risorse che posso utilizzare? Quali quelle che devo sviluppare?

Fondamentale per affrontare il cambiamento è progettare un piano d’azione che ci guiderà attraverso il nostro percorso.

Qual è il primo passo che posso fare per affrontare questa situazione? Cosa mi è utile agire?

 E ora il cambiamento, probabilmente, farà meno paura.

Il Coaching e la responsabilità personale

Uno dei valori che mi sta più a cuore e sul quale mi sento fortemente impegnata è la responsabilità personale.

Casualmente, qualche giorno fa, mi sono anche imbattuta nell’indagine sui “Valori della Nazione” realizzata da VocAzione nel 2013 in Italia, in cui la responsabilità personale appare nella classifica tristemente al 48esimo posto (in Svizzera risulta al primo posto, in Svezia al quarto e negli Stati Uniti al sesto).

Questo fa intuire l’atmosfera pessimistica respirata dagli italiani, i quali si sentono poco protagonisti della vita politica, economica e sociale del nostro paese, dove le persone sentono di poter avere scarsa influenza su quello che gli accade, poco responsabili della propria vita, insomma.

In genere, se sentiamo di avere poco senso del controllo su qualcosa, siamo anche più portati a non assumercene la responsabilità.

Il coaching sostiene le persone nello sviluppare, tra le altre cose, la consapevolezza delle proprie risorse e la presa di coscienza della responsabilità personale.

Ma chi? Io?

Loto

Mi piacerebbe poter dire che ho sempre avuto questo tipo di consapevolezza, invece arrivata solo qualche anno fa, quando ho incontrato casualmente il coaching, nel bel mezzo di un percorso di crescita personale e spirituale.

In una delle prime sessioni di coaching (come coachee), dopo una lunga esplorazione di quella che era la situazione che io volevo migliorare arrivò la classica e doverosa (e, in quel momento, per me potentissima) domanda da coach “cosa puoi fare tu per risolvere questo problema?”.

Non ricordo esattamente cosa risposi, sempre che non sia rimasta a bocca aperta, ma ricordo perfettamente di aver pensato “Ma chi, io? Io non posso farci niente, non dipende da me!”.

Ero abituata a pensare di non poter avere impatto nella mia vita, o di averne solo in minima parte, spesso proiettavo all’esterno le responsabilità, e quella domanda, che sottintendeva la possibilità di agire in prima persona per cambiare la situazione, ebbe il potere di illuminarmi.

Da quando ho raggiunto questa consapevolezza ho imparato un nuovo modo di rapportarmi alla mia vita.

È spesso più facile pensare di non poter cambiare la situazione in cui siamo, il nostro carattere o il modo di rapportarci con gli altri e con la vita, e spesso ci rivolgiamo all’esterno per trovare i colpevoli dei nostri insuccessi o semplicemente i responsabili di quello che ci sta succedendo.

Il coaching aiuta a riflettere sulle problematiche e prenderne consapevolezza, ci sostiene nel focalizzare ciò che possiamo fare in prima persona per cambiare le cose.

In altre parole ci rende registi della nostra vita e più responsabili delle nostre azioni, capaci di cambiare noi stessi e di influenzare anche l’ambiente che ci circonda.

Il cambiamento di prospettiva di ogni singola persona può far cambiare la società intera.

In che modo il coaching stimola la responsabilità personale?

Sono diversi i modi in cui il coaching si rivela uno strumento utile per sviluppare la responsabilità personale.

Il coaching, innanzi tutto, attraverso l’utilizzo di obiettivi reali, stimola il senso del controllo.

Il coachee, grazie alle domande del coach, focalizza l’obiettivo desiderato, visualizza la situazione una volta raggiunto l’obiettivo, prevede i tempi, misura il suo impegno e riconosce il valore che egli stesso attribuisce alla sua meta.

Si assume la responsabilità, in altre parole, dedicando del tempo ed impegno alla realizzazione del suo progetto.

Inoltre, il coachee accresce la consapevolezza delle proprie potenzialità attraverso la scoperta delle personali risorse a disposizione e grazie alla ricerca delle sue capacità ancora da sviluppare.

Oltre a ciò, lo sviluppo e l’attuazione del piano d’azione portano ad esperienze di successo ed elevano il senso del controllo nelle persone, costruendo una maggiore fiducia nella propria autoefficacia.

Maggiore consapevolezza delle proprie capacità, maggior fiducia nell’autoefficacia, coinvolgimento nel proprio progetto, portano ad un maggiore senso di controllo, quindi ad una più impegnata responsabilità personale nella propria vita.

Un bellissimo aforisma di George Bernard Shaw recita: “Tutti danno sempre la colpa alle circostanze per ciò che sono. Io non credo nelle circostanze. Le persone che hanno successo nella vita sono quelle che cercano attivamente le circostanze di cui hanno bisogno, e se non le trovano le creano.

Ecco, io credo che sia proprio così. Il coaching è un potente strumento che aiuta a “creare le circostanze di cui abbiamo bisogno”.